Fare boulder senza crashpad oggi è fuori discussione. Il rischio di farsi male può dipendere da mille fattori come una presa che si rompe, un piede che scivola, un movimento fuori dal nostro controllo. E poi esistono talmente tanti modelli di crashpad prodotti da più di cinquanta aziende in tutto il mondo, ognuno dei quali concepito per adattarsi ad una situazione ben specifica: i sit start per le partenze basse, i crash pad medi per le situazioni più comuni, i crash pad grandi per gli atterraggi in piano. E non dimentichiamoci i mix di schiuma diversi, le chiusure a piega o a taco, la doppia rigidità per poter essere ugualmente funzionali con cadute diverse. Insomma avere un crash pad è decisamente meglio, averne la cantina piena poi è fantastico.



Eppure fino agli anni ’90, e diciamo quindi per molto ma molto tempo, i crashpad semplicemente non esistevano. Il sito Climbing racconta l’evoluzione di questo strumento per attutire le cadute in uno dei post che ricalcano la storia del boulder, o meglio “la svolta nel boulder”. L’introduzione di questo tipo di attrezzatura, pensata per poter cadere in maniera sicura, ha reso infatti accessibile il boulder a un numero di appassionati sempre più vasto, che esulava dalla nicchia dei pochi irrefrenabili pioneri del boulder senza materasso.



Nello Yosemite infatti già negli anni ’80 si liberavano passaggi ancora oggi iconici: Ron Kauk è tra gli esempi più brillanti a cui possiamo fare riferimento tra i boulderisti di quegli anni, ma si arrampicava da decenni anche a Fontainebleau e ovunque ci fossero delle rocce. A proteggere questi boulderisti temerari ci pensavano quindi cuscini dei divani tenuti insieme da nastro adesivo, bancali di legno ricoperti di materiali tessili di fortuna e ogni materiale di recupero che l’inventiva potesse adibire ad ammortizzatore di cadute: non proprio il massimo del comfort.



Nel 1992 il leggendario John Sherman, di cui abbiamo già parlato nel post su Hueco Tanks, decise di dire basta a cadute scomode ed atterraggi precari ed insieme al suo amico Bruce Pottenger progettarono il primo crashpad. John Sherman, già all’avanguardia per l’idea di classificare i boulder in base alle difficoltà, creò i anche primi sacchetti per la magnesite e le prime t-shirt per il gruppo di boulderisti di Hueco.



Le sue iniziative avevano successo, la scala di gradi V iniziava ad essere utilizzata da chiunque frequentasse l’area, le magliette e i sacchetti della magnesite spopolavano: Sherman pensò quindi di fare un ulteriore passo in avanti. Prese della gommapiuma con due densità diverse e la ricoprì con del nylon, fissò due spallacci, aggiunse addirittura il tappetino per pulirsi le scarpette prima del tentativo ed il gioco era fatto.



Era nato il Kinnaloa Sketch Pad, un prototipo inizialmente progettato per uso personale ma che molto presto gli venne richiesto da sempre più persone. Fu il punto di partenza per la produzione di attrezzatura sempre più specifica per il boulder, che andò ad incrementare la credibilità di questa attività come sport a sé stante e che lo rese accessibile a chiunque volesse provare a cimentarsi con i massi.



John Sherman resta una leggenda vivente dello sviluppo del boulder in tutto il mondo. Dopo aver redatto la prima guida di Hueco Tanks al mondo (arrampicando tutti i novecento passaggi elencati) ha scritto altri due libri: Better Bouldering e Stone Crusade.

 


John Sherman on Edge Direct, 1979

John Sherman on Edge Direct, 1979. Fonte: Elevation Outdoor



26 novembre 2019