Nelle ultime settimane abbiamo affrontato insieme al Dr. Olaf Panozzo di Fisiorock l’argomento sempre molto delicato della rottura della puleggia e dei primi rimedi su cui possiamo far riferimento nel momento in cui ci facciamo male. Oggi vediamo invece quali sono le tipologie di intervento e quali le tempistiche previste per un buon recupero.



Buongiorno Olaf, bentornato su Oliunìd! Innanzitutto possiamo aprire questo post dicendo che la rottura della tua puleggia è ormai solo un ricordo?

 

Magari! Entriamo ora in 5° settimana post infortunio, ho seguito le modalità di carico e protezione adeguate ma diciamo che non sono ancora ad una soluzione completa! Per quanto riguarda una lesione parziale si ragiona mediamente su 6-9settimane, quindi ho ancora del lavoro da fare.


Sono molto soddisfatto però in quanto il lavoro al trave procede bene, e mi sto togliendo anche qualche soddisfazione su roccia, pur non scalando al mio limite. L’allenamento/riabilitazione mi sta permettendo di lavorare su alcune mie debolezze e sto notando notevoli miglioramenti! Questo per dire che, se fatti con i principi e le conoscenze giuste, riabilitazione e allenamento possono essere molto molto vicine.

 


Nel primo post abbiamo visto come la gravità dell’infortunio possa essere classificato su quattro livelli, l’ultimo dei quali prevede l’intervento chirurgico. Quali sono i tempi stimati per gli infortuni che non prevedono un intervento?

 

Le linee guida in merito sono state definite nel tempo principalmente dagli studi di Schoffl et al. Con il tempo però mi sono reso conto che queste tempistiche non sono mai così nette come si vorrebbe. Non è che magicamente si arriva alla 8 settimana e puf, sparisce il dolore e posso caricare il dito come nulla fosse.


I fattori che contribuiscono alla guarigione di una lesione sono sempre molteplici, e non hanno solo a che vedere con il dito! Influiscono i fattori psicologici, il livello di stress, la situazione emotiva ecc… Purtroppo o per fortuna non siamo delle macchine dove, se si crea un danno da qualche parte, si ripara il danno lì e tutto si risolve.


Comunque, venendo a delle tempistiche di recupero completo (che ripeto possono variare notevolmente, nella mia esperienza) sono di circa 6-9 settimane per una lesione parziale, e fino a 3 mesi per delle lesioni complete su A2 o A4.

 


In questo tempo che ci diamo per “tornare come nuovi”, quali saranno i trattamenti a cui verremo sottoposti dal nostro fisioterapista di fiducia?


Beh anzitutto cercate di trovare qualcuno che capisca le esigenze del vostro sport e sappia seguirvi in un percorso di recupero che sia sport-specifico: se il vostro percorso riabilitativo non contiene elementi che ricordano le dinamiche del vostro sport qualcosa non va.


Prima di tutto in fase iniziale/infiammatoria, va tutelata la sede di lesione, come abbiamo visto, con nastro o splint a seconda della lesione. In questa fase si lavorerà sulla mobilità articolare, e alle volte si può iniziare anche con un carico parziale sul dito, che va deciso in maniera oculata di caso in caso. Si può e si deve, poi, lavorare sul carico della mano “sana” con modalità di sospensione monobraccio con scarico o sollevando dei pesi attaccati ad un travetto portatile: il concetto è “se anche non posso caricare la parte infortunata posso mantenere la tolleranza al carico del lato sano”. Sulla mano infortunata posso lavorare anche sul carico di tutte le altre dita non coinvolte dall’infortunio.



E dopo questa prima fase come si procede di solito?


Passata la fase infiammatoria si entra nella fase cosiddetta proliferativa, in cui il corpo deposita collagene a livello del sito di lesione per riparare i tessuti. Questo deposito è casuale e disorganizzato, e crea una cicatrice debole e poco resistente. La finalità degli interventi riabilitativi in questa fase deve essere dare un carico adeguato alla zona di lesione, di modo che il collagene possa depositarsi e disporsi secondo le linee di carico, creando quindi una cicatrice forte e resiliente. Questo avviene su un lungo periodo, in cui progressivamente si va a modificare il tipo di carico che do alla zona per rispecchiare il processo di guarigione e un progressivo ritorno a modalità che rispecchino il nostro sport.


In una fase iniziale di carico si lavora con intensità mediamente elevate (determinate da misurazioni precise, e tenendo conto della tolleranza, ma indicativamente tra il 60 e il 70% del massimale) per tempi di contrazione molto lunghi. Un buon esempio sono delle sospensioni lunghe di almeno 20-30’’, con carico adeguato alla situazione, ed una frequenza settimanale alta. Lo strumento che si utilizza di più è il trave, o se il carico da utilizzare è minore del peso corporeo e non si ha a disposizione un sistema con pesi e pulegge, si può utilizzare un travetto portatile con dei pesi attaccati.

 

Delineare un protocollo di trattamento che possa andare bene sempre è contro il principio di una riabilitazione individualizzata, oltre ad essere rischioso se applicato senza essere sicuri che rispecchi le esigenze individuali, e per questo consiglio sempre di rivolgersi ad uno specialista.

 


Ok, è quindi molto chiaro che il riposo completo non ci sia di alcun giovamento. Però per quanto riguarda l’arrampicata su roccia come possiamo regolarci?


Anche qui si valuta caso per caso. Alcune volte si può addirittura non interrompere la scalata su roccia ma modificare i parametri di intensità, volume e velocità.


Diciamo che, mediamente, si può riprendere la scalata in maniera submassimale dalla 4° settimana o anche prima per una lesione parziale, e mediamente dalla 6-8° settimana per una lesione completa.


Per submassimale io solitamente intendo il massimo sul grado che si scala a vista, per poter scalare in maniera controllata; prediligere tiri/blocchi strapiombanti a prese generose da prendere a mano aperta, e senza movimenti dinamici. Evitare anche di fare un volume eccessivo, limitando il numero di tiri/blocchi ed il numero di sessioni a settimana. Una buona indicazione può essere prendere il n. di tiri/blocchi e il n. di sessioni massime e partire facendo di tutto la metà.


E' importante tenere un diario dove annotare tutti i dettagli di ciò che si scala, in modo da poter monitorare l’andamento del fastidio nelle 24h successive ed avere i dati per eventualmente aggiustare il tiro se ci fosse un aumento del sintomo.

 

 

Tu hai ripreso ad arrampicare usando la nastratura?

 

Certamente! La nastratura in arrampicata va tenuta in ogni caso fino circa 3 mesi post infortunio. Il mio consiglio è cambiarla sempre ogni tiro o ogni 2-3 tentativi di blocco al massimo, in quanto il nastro cede in fretta, e bisogna fare in modo che rimanga il più fermo possibile per tutelare il sito di lesione.

 

 

 Fisiorock, fisioterapia per arrampicatori

27 settembre 2020

 


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