Migliorare in arrampicata, che sia boulder, falesia o trad, è una questione estremamente soggettiva: a meno che non entriamo nel mondo delle gare, i nostri obiettivi saranno sempre personali, legati al posto dove andiamo a scalare abitualmente, allo stile di arrampicata che preferiamo ed alle nostre predisposizioni. Nonostante queste differenze, quando ognuno di noi arrampicatori arriva al punto in cui si chiede cos’è che può fare per ottenere quel risultato “in più”, noterà che spesso le risposte si riuniscono in alcune grandi ed incrollabili verità.



La prima soluzione, che riguarda soprattutto chi si allena da poco, è l’arrampicata stessa: per migliorare in arrampicata bisogna cercare di diventare “più bravi e non più forti”, come sostengono in maniera molto convincente arrampicatori come Emily Harrington nell’articolo uscito su Rock and Ice oppure Jonathan Siegrist su Climbing.com. Anche se la tendenza è quella di focalizzarci sin da subito sull’aumento della forza o della resistenza, ci ritroveremo ad un certo punto a confrontarci con altri limiti che possono essere legati alla tecnica, alla capacità di saperci muovere su diverse angolazioni, prese e tipi di roccia. Questa capacità è anche definita “intelligenza motoria verticale” e si allena arrampicando il più possibile.



Se invece siamo arrampicatori mediamente esperti o con una discreta conoscenza dei metodi di allenamento (per cui sappiamo già gestire la compresenza di  una parte tecnica e una parte di forza pura all’interno di una programmazione), probabilmente i punti su cui lavorare per raggiungere i nostri obiettivi potrebbero essere l’aspetto mentale o un'attenzione in più alla scioltezza. L’allenamento della mente è dai più considerato molto “seccante”, un po’ perché non ci stanca a sufficienza per farci sentire appagati, un po’ perché è molto esigente a livello di stress emotivo. Un testo su tutti che ti può aiutare in un percorso del genere, completo anche di esercizi da fare in falesia, è il Rock Warrior’s Way: superare i propri limiti non vuole dire solo osare su un passaggio che ci spaventa, ma si tratta di un vero e proprio lavoro su di sé e sulle proprie capacità che va oltre alla sola applicazione in arrampicata sportiva. Molto spesso siamo noi gli artefici del nostro “insuccesso”, credendo più nei nostri limiti che nelle nostre possibilità: “sono troppo basso”, “è un bloccaggio che non posso fare”, “per me è troppo difficile” sono dei falsi limiti che spesso abbiamo la capacità di superare imparando a vederli come delle possibilità di crescita o delle sfide stimolanti.



Per quanto riguarda la scioltezza, il libro di riferimento è Yogarrampicata: si tratta di una filosofia che va molto oltre alla pratica dello stretching, ma può anche essere preso come approccio “molto alla lontana” di quello che può diventare da diversivo nella seduta di allenamento a vero e proprio stile di vita. La flessibilità delle anche e del bacino, la capacità di sollevare i piedi e poi riuscire anche a caricarli ed infine una corretta postura possono migliorare di tanto il modo di arrampicare. Abbiamo inserito questo consiglio tra quelli per gli arrampicatori intermedi, ma possiamo affermare con tutta serenità che non è mai né troppo tardi, e tantomeno troppo presto, per iniziare a sciogliersi un po’.



Se siamo arrampicatori esperti o con tanti anni di arrampicata alle spalle, la situazione si complica. Avendo probabilmente già passato anni zavorrato al trave od al Pangüllich, ma avendo già anche maturato una buona tecnica sulla roccia, la tendenza è quella di aumentare l’intensità degli esercizi all’inverosimile. In questo caso le uniche regole universali sono: individuare le proprie carenze e diversificare il più possibile gli allenamenti. Quando parliamo di carenze o punti deboli, prendiamo in considerazione tutti gli aspetti considerati fino ad ora: tecnica, mente, scioltezza e sicuramente anche forza e resistenza, che sono poi le cinque capacità fondamentali su cui basa Train!, un compendio di tutto lo scibile sull’allenamento. In base a queste capacità, e possibilmente con l’aiuto di un trainer, possiamo studiare una programmazione adatta a noi: se vogliamo basarci su delle schede divise per livello e per carenze su cui lavorare, il nuovo Jollypower è il riferimento assoluto per avere una programmazione di riferimeto.



Sulla diversificazione dell’allenamento insiste molto il Gimme Kraft, che ripropone gli strumenti di allenamento più usati nella ginnastica come la sbarra, gli anelli ed il TRX  con esercizi mirati all’arrampicata, sottolineando l’importanza di un lavoro a 360 gradi anche sulla body tension e sul potenziamento generale. La filosofia su cui basano questi trainer è basata su cicli di lavoro di sei settimane, dopo le quali è necessario cambiare la tipologia di esercizi per evitare che il corpo “si abitui” troppo agli stimoli a cui lo stiamo sottoponendo. La tendenza è di andare sempre di più verso un lavoro di qualità piuttosto che sulla “quantità”, facendo esercizi molto intensi, mirati ed estremamente efficaci.



fonte: outdoorpassion.it



20 febbraio 2019