L’Acute Chronic Workload Ratio è un sistema di monitoraggio dei carichi degli allenamenti che viene applicato in moltissimi sport da diversi anni; solo recentemente si è iniziato a parlarne anche in arrampicata, come ad esempio ha fatto Silvio Reffo sul blog di Climbing Technology. L’obiettivo principale è quello di prevenire gli infortuni, cercando di sapere esattamente in che condizioni di affaticamento si trova l’atleta.



Questo sistema di monitoraggio tiene in considerazione non solo le attività fatte sia in allenamento che nelle uscite outdoor, ma anche la percezione di intensità che l’atleta ha di tutte le sue sedute, andando a dare importanza alle condizioni sia fisiche che mentali in cui si trova. Come spiega dettagliatamente Daniele di DP Climbing nel suo video, facendo la media di una settimana di allenamenti (fatica percepita x durata dell’allenamento o dell’uscita) con un rapido calcolo si ottiene l’Acute Workload Ratio. Poi si può decidere se prendere in considerazione un periodo di tre o di quattro settimane e, facendo la media di tutti i tre o quattro, si ottiene il Chronic Workload Ratio.



Ora che abbiamo i due valori possiamo fare una proporzione tra l’Acute dell’ultima settimana ed il Chronic: un valore compreso tra 0,8 e 1,3 è indice di un buono stato di forma. Un valore superiore a 1,3 è quello che ci segnala che siamo ad altissimo rischio di infortunio: probabilmente abbiamo lavorato in una costante percezione di stanchezza molto elevata, o non eravamo fisicamente preparati per la programmazione che abbiamo pianificato o ancora che abbiamo lavorato in maniera intensa e discontinua (la peggiore delle casistiche). Un valore inferiore a 0,8 è a meno rischio di infortuni, ma comunque ci indica che non siamo al top della forma, magari anche in questo caso per una programmazione troppo blanda per i nostri requisiti.



Negli altri sport questo parametro viene tenuto in altissima considerazione soprattutto in vista delle gare e riesce ad essere più accurato lavorando con esercizi standard, ovvero che hanno a che vedere con pesi o corse di tot km in un tempo massimo, associando a questo valore anche una valutazione oggettiva dell’intensità da parte dell’allenatore. In arrampicata solo una minima parte dell’attività che facciamo, e che rientra nella categoria dell’allenamento a secco, può essere standardizzata con una valutazione oggettiva, perché si tratta di uno sport dove tracciati sempre differenti tra loro e fattori tecnico-mentali possono influire tantissimo soprattutto quando andiamo a scalare fuori.



Si possono indubbiamente fare degli esperimenti personali per testare la veridicità di questo valore (che negli altri sport ha dei riscontri scientificamente provati), magari apportando delle modifiche come suggerisce Daniele o compilando altre tabelle relative a questo studio, come se ne possono trovare su vari siti internet (ad esempio Scienceforsport). Oppure si può tenere conto di questo studio come principio di base, tenendo in considerazione la nostra stanchezza e cosa ci sta comunicando il nostro corpo prima di proseguire con una scheda a tutti i costi: infortunarsi vuol dire prima di tutto una sospensione nella nostra programmazione di allenamento e, prima che questo accada, sarebbe meglio informare il nostro allenatore (o noi stessi) che siamo in una condizione di affaticamento estrema.



Ed ora ti lasciamo con il video di Daniele, per tutti i calcoli più dettagliati, e con l’articolo di Silvio Reffo da cui abbiamo tratto ispirazione!




Kai Harada, fonte: Gripped.com






3 febbraio 2019