In principio era l’alpinismo: un’attività legata più all’ambiente che alla difficoltà, dove il raggiungere la vetta era l’obiettivo primario di un’uscita. Col tempo gli alpinisti che volevano tenersi in forma durante l’inverno hanno iniziato a praticare la falesia, e solo dopo il boulder, come metodo di allenamento in attesa del disgelo e di nuove avventure in alta quota.



Il crescente entusiasmo verso l’arrampicata sportiva ed il boulder hanno portato ad una inversione di rotta: ora l’arrampicatore in cerca di aderenza in estate si ritrova a spostarsi dalle aree di scalata delle basse valli verso aree montane, andando a riscoprire quell’ambiente alpino da dove è nato tutto.



A differenza di molte falesie o zone di boulder che si trovano in bassa quota, spesso le aree in quota trovano la loro collocazione all’interno di molti parchi, riserve o zone dall’ecosistema molto delicato, se non addirittura protetto. È quindi necessario tornare ad essere consapevoli del posto in cui si va ad arrampicare, valutandone bene tutti gli aspetti, regolamenti ed anche i rischi.



La buona abitudine di non lasciar tracce dipende in generale più dal buon senso che da regole imposte, ma nonostante questo tutti noi sappiamo che molto spesso le falesie o le aree boulder portano segni molto visibili del passaggio degli arrampicatori (a questo proposito si stanno portando avanti varie campagne di sensibilizzazione, come la recente Clean Crag Days promossa da E9). Una consistente mancanza di interesse verso la condizione in cui viene lasciata un’area di scalata alla fine di una giornata porta a conseguenze molto più gravi se parliamo di ambienti molto delicati, dove si cerca di salvaguardare alcune tipologie di flora e fauna.


 

Le restrizioni non riguardano solamente la richiesta di portare con sé a valle la propria spazzatura: alcuni parchi vietano ad esempio l’introduzione dei cani, oppure regolamento l’accesso degli stessi solo se tenuti al guinzaglio. In alcune zone è vietato campeggiare liberamente, mentre in altre è ancora possibile piazzare la tenda dal tramonto all’alba: solitamente le guide di arrampicata affrontano ampiamente il tema delle restrizioni e di ciò che è possibile o meno fare. Vale quindi la pena informarsi bene senza saltare direttamente alla pagina del topò che ci interessa.



Discorso ancora diverso per quanto riguarda i periodi di nidificazione e quindi di restrizioni all’accesso in determinati mesi dell’anno: anche in questo caso può essere sufficiente comprare le guide locali per contribuire non solo a mantenere pulite le zone, ma anche a “metterci del nostro” per essere sicuri che l’area resti accessibile ancora a lungo.



Molto spesso le aree di boulder in quota sono raggiungibili tramite camminate impegnative soprattutto se zavorrati di crashpad, zaini e ogni sorta di accessorio; inoltre il fatto stesso di essere poco accessibili spinge giustamente i boulderisti a fare in modo di avere con sé più materassi possibile. Da qui nasce l’usanza di lasciare i crashpad in loco, magari nascondendoli sotto ai massi per ritrovarli il giorno o il weekend successivo: anche se questo non andrebbe mai fatto, bisognerebbe almeno cercare di avere un’accortezza in più in montagna, dove la fauna selvatica risente maggiormente del passaggio degli arrampicatori.



alpine bouldering



20 luglio 2019