Quando arrampichi in falesia per le prime volte entri nel mondo di un gergo molto specifico, sentendo consigli ed indicazioni che non sai come interpretare in relazione alla via che ti aspetta. In questa variopinta terminologia rientrano le espressioni: “movimento aleatorio”, “passaggio obbligatorio” o ad esempio “arrampicata di aderenza”.



Generalmente queste espressioni non promettono niente di facile. Nello specifico della frase “arrampicata di aderenza”, ti stanno parlando di una via in placca o abbattuta su un muro che sembra non avere prese e tantomeno appoggi per i piedi. Dovrai quindi affrontare i passaggi per arrivare in catena contando più sull’equilibrio che sulla forza, cercando di sfruttare più che altro tutte le tue doti tecniche e motorie. L’arrampicata in placca viene spesso definita anche “di sensazione” o, dai meno dotti, “sulle uova”: l’immagine che ne deriva la dice lunga, facendoci prefigurare un’arrampicata sui piedi, dove dovremo fidarci di caricare tutto il nostro peso su qualche minuscola asperità.



Questo tipo di arrampicata, come si può immaginare, non è più molto di moda, ma andava alla grande negli anni ’80 e ’90: per questo alcuni definiscono questo stile di vie “old school”. Se provi ad andare ad arrampicare in falesie storiche come ad esempio Buoux, ti renderai presto conto della trasformazione sulla roccia di tutti questi attributi condita, come si usava ai tempi, da una chiodatura non troppo generosa. Anche il boulder non scappa dalla cruda realtà dell’esistenza di passaggi del genere, magari discretamente alti: provare Fontainebleau per credere!



Per progredire in placca ci sono delle regole che funzionano sempre, nonostante siano poco istintive e naturali: anche se il nostro istinto di sopravvivenza ci suggerisce di spalmarci contro la roccia, l’ideale è di assumere una posizione più o meno verticale con il busto, mantenendo le braccia stese. Avremo così una visione più ampia delle prese successive ed una postura più rilassata. I talloni dovrebbero essere tenuti rivolti verso il basso, con le ginocchia leggermente flesse per avere un equilibrio ottimale ed un bilanciamento perfetto del nostro baricentro: volendo possiamo puntare le ginocchia contro la roccia per una maggiore stabilità.



Mai essere parsimoniosi sugli spostamenti di piedi: raramente la placca è il terreno di gioco ideale per fare movimenti estremi come mano - piede, lanci a due mani e allunghi al limite delle nostre capacità (per quanto questi ultimi possano essere necessari di tanto in tanto). L’ideale è sempre utilizzare più appoggi ed intermedi possibili, spostando il baricentro poco per volta e senza rischiare di perdere l’equilibrio per un movimento molto ampio.



Sulle placche è fondamentale scegliere il tipo di scarpetta giusta perché la sensazione dei piedi che “tengono” è quella che vi può dare la fiducia per fare il passetto successivo: meglio quindi una scarpetta comoda, con una incurvatura media ed asimmetria non troppo accentuata, giusto per rendere sopportabile il tempo, solitamente pari o uguale a infinito, che ci vuole per raggiungere la sosta di una via apparentemente senza prese. La rigidità può variare a seconda dell’esperienza e delle abitudini di ogni scalatore, considerando generalmente le scarpette morbide molto più sensibili ma stancanti per il polpaccio, quelle rigide più adatte a supportare la pianta del nostro piede.



Su questo tipo di vie gioca un ruolo importante anche l’aspetto mentale, perché spesso in placca si creano le classiche situazioni in cui non riesci più ad andare né avanti né indietro, il polpaccio inizia a tremare e lo spit è spiacevolmente sotto ai tuoi piedi. A questo punto tira fuori il guerriero che è in te e osa il movimento successivo!



slab climbing in bishop



14 giugno 2019