Tutti quanti, suppergiù dopo i primi trentaquattro secondi di arrampicata della nostra vita, abbiamo capito cosa voglia dire “ghisarsi”: l’avambraccio che duole terribilmente, l’impossibilità di stringere ulteriormente una presa, voglia di piangere. L’argomento è trattato con passione in moltissimi libri dedicati all’allenamento per arrampicata, dai quali abbiamo estrapolato le considerazioni più utili ed interessanti.



La “ghisa” è portata dalla stanchezza dei nostri avambracci, od in termini più tecnici da una insufficiente ossigenazione, stanchezza che a sua volta va a chiamare in causa negli arrampicatori neofiti un modo di arrampicare poco corretto, tipico di non è ancora molto a suo agio con la verticalità (discorso diverso per chi sta allenando la continuità e va proprio a ricercare con un certo compiacimento la situazione di esaurimento ed il relativo recupero). Quando non padroneggiamo bene i vari schemi motori legati all’arrampicata o quando non abbiamo ancora confidenza con l’altezza, col modo corretto di saltare giù da un boulder, insomma, quando siamo tesi per qualsivoglia motivo (leggasi: contratti), adotteremo di riflesso un’arrampicata rigida e poco fluida che comporta una tensione muscolare negli avambracci.



Questo tipo di arrampicata si individua facilmente da piccoli accorgimenti, soprattutto quando si svolge su una parete verticale o poco strapiombante: le braccia sono piegate, il busto cerca di essere sempre troppo vicino alla parete in modo poco naturale, e le gambe non precedono mai il movimento delle braccia ma lo seguono. Come evidenzia il libro Training for Climbing le gambe sono per natura molto più forti delle nostre braccia (sono già abituate a sostenere il nostro peso), e se noi riuscissimo a far svolgere alla spinta dei piedi la parte principale del movimento, gli avambracci ne risulterebbero estremamente sollevati (discorso diverso per l’arrampicata in strapiombo, dove le braccia hanno un ruolo più incisivo). Quindi se impariamo a scaricare correttamente il nostro peso sugli appoggi per i piedi e se impariamo a fidarci della sensazione delle scarpette che stanno incollate alla roccia, otterremo un movimento più economico ed una spinta sensazionale senza dover per forza tirare di braccia.



Oltre ad arrampicare con braccia molto più chiuse e contratte del dovuto, molto spesso un arrampicatore non ancora esperto tenderà non solo a stringere troppo le prese, ma a prenderle d’istinto sempre nel punto più alto possibile. Sempre per citare il Training for Climbing: “il punto migliore per stringere e tirare una presa è sempre collegato alla posizione dell’ultimo appoggio del piede” e quindi uno spostamento del bacino in laterale per valorizzare meglio sia la presa che l’appoggio può sollevarci da tanta fatica.



L’ultima causa che porta spesso un arrampicatore alle prime armi ad un’acciaiata irreversibile è la scarsa capacità di saper individuare le prese buone, dove si può riposare, da quelle piccole che devono essere “tirate” per forza: in questo caso un po’ di esperienza può compensare una dispersione inutile di energie. Se impariamo a leggere bene i passaggi di una via o di un boulder prima di provarlo, se riusciamo già ad immaginare quali saranno le sezioni dove dovremo tirare e quali quelle dove invece possiamo permetterci di non sprecare energie inutili, riusciremo sicuramente a ridurre il problema della stanchezza delle braccia.



Come abbiamo già fatto molte volte, ti ricordiamo poi sempre l’importanza di un buon riscaldamento, che è alla base di un’adeguata preparazione per gli sforzi che dovremo fare una volta impegnati su un boulder o una via. Molto spesso possiamo risolvere con dieci minuti di stretching “dinamico” la prestazione ottimale delle nostre braccia per tutto il tempo dell’attività fisica.





8 luglio 2019