Il senso della via alpinistica per Tranquillo Balasso - parte terza

Pantaloni corti, t-shirt e il solito paio di baffi: è entrato nella sala Tranquillo Balasso, un pezzo di storia delle Piccole Dolomiti che tutti conoscono, di fama o perché hanno arrampicato lungo le sue vie.



Siamo ancora a Vicenza, assieme ai membri del Gruppo Rocciatori Renato Casarotto e adesso le domande sono rivolte all’ultimo arrivato. Come accennato nel precedente articolo, Tranquillo è arrivato in ritardo perché stava lavorando all’apertura di un’altra via con il fratello Placido nelle Piccole Dolomiti: ci abbiamo provato a chiedere qualche informazione, ma bocca cucita! Vedremo che sorprese ci ha riservato stavolta. Ma iniziamo l’intervista.



Tranquillo Balasso ha aperto oltre 120 vie nuove, anche su pareti poco o per nulla conosciute nelle Piccole Dolomiti (Pasubio, Cengio, Altopiano di Tonezza e Sojo Bostel per citare alcune zone) e non solo.



La maggior parte delle sue vie sono in stile trad, in poche sono presenti spit, ma tutte, tranne qualche eccezione, sono ben attrezzate con chiodi e clessidre, a cui spesso lascia appesi i cordoni.



Una bella via tra quelle che abbiamo affrontato è Premiata Forneria sul Sojo Bostel: aperta da Tranquillo Balasso e Stelvio Frigo il 28 gennaio 2016, questa via presenta una buona roccia e l’arrampicata è divertente, perché i tiri presentano varie difficoltà, dal terzo grado, per attraversare un’ampia cengia, fino al sesto, con passaggi di 6°+ e settimo azzerabili. Nella via si trovano chiodi e clessidre, a eccezione del terzo e quarto tiro e su tre soste, dove ci sono spit. È consigliato portare con sé qualche friend, medio-piccoli dall’1 al 3, e qualche chiodo (come sempre nelle vie trad, non si sa mai!). La via Premiata Forneria è la scelta ideale tutto l’anno: per essere precisi, se batte il sole, in estate fa un po’ caldo (la parete è a sud), in inverno è fattibile.



Tranquillo, secondo te negli ultimi anni ci sono molti più arrampicatori?

 

Sì, oggi rispetto al passato c’è più gente che arrampica, ma sono diminuite le persone che fanno alpinismo. In tanti si limitano alla falesia o alle vie con spit, ben protette. Gli obiettivi di chi faceva vie in montagna non erano il grado: erano (e sono per chi ancora le fa con forte motivazione) l’orgoglio di arrampicare su vie che hanno una storia, la soddisfazione di superare passaggi difficili magari con protezioni mobili, ripercorrere itinerari che hanno scalato o aperto grandi alpinisti, vivere la montagna, raggiungere cime inesplorate.



Quindi la montagna seleziona?

 

Oggi l’arrampicata si è diversificata. C’è quella alpinistica, quella indoor su plastica, l’arrampicata sportiva su falesia o vie a spit.  Le vie alpinistiche anche di 800 o 1500 metri in montagna, con protezioni limitate, da proteggere al momento con friend o altri chiodi, magari con l’obbligo del bivacco, sono avventure che in pochi oggi affrontano.



Perché non sono così semplici o scontate le vie alpinistiche?

 

Queste vie implicano un grado alto di sacrificio, anche per gli eventuali imprevisti, come il cambiamento del meteo o le condizioni della roccia, che portano ad esempio a una durata maggiore della permanenza in parete. In montagna devi saper gestire anche questo: se ti trovi in parete e inizia un temporale o per un rallentamento cala il buio, devi conoscere le manovre, eseguirle correttamente, sostenere il calo delle temperature d’alta quota, avere il materiale indispensabile per la costruzione di una sosta e magari improvvisare un bivacco.



Perché non tutte le vie sono nominate?

 

Se ci sono vie con attacchi molto vicini, scrivere il nome ha senso per distinguere le partenze. Di solito non ci sono nomi perché ci sono dei riferimenti come un cordone legato a una clessidra, una fessura o un diedro. E poi una via bisogna guadagnarsela fin dall’inizio (sorride): a leggere una via si parte subito. Trovare l’attacco fa parte dell’avventura.



Una curiosità: che scarpette usi?

 

Mi trovo molto bene con le Scarpa modello Booster, perché si adattano bene al piede e rappresentano il compromesso migliore tra precisione e comodità: in via soprattutto se lunga, è meglio scegliere una scarpa con chiusura in velcro (veloce da togliere e rimettere in sosta se necessario) e non troppo stretta, perché spesso devi tenerla indossata per parecchio tempo.



tranquillo balasso con federico


Quali delle tue vie consiglieresti a chi è agli inizi?

 

Le prime che mi vengono in mente per chi predilige un ambiente selvaggio sono le vie Il Giardino di Tarzan (al centro del pilastro est della parete sud del Sojo Bostel, dal terzo al quinto grado), Linea di Confine (sullo spigolo sud/sud-ovest del Sojo dei Corvi, dal primo al quarto grado con alcuni passi di quinto e due di 5°+ facilmente azzerabili), Erica e Alice (la via più facile del Cengio, con difficoltà massima di quinto grado).


Se vogliamo aumentare la difficoltà, a me piacciono molto le vie sulla bastionata ovest del Cengio come Tanto… Tardo?! (la difficoltà massima obbligatoria è 6°+ azzerabile, la variante presenta difficoltà massima di settimo) e Transito consentito (la difficoltà massima obbligatoria è sesto azzerabile).


Ho aperto queste vie con altri bravi arrampicatori, tra cui mio fratello Placido, Stelvio Frigo e Erminio Xodo.



Cosa consiglieresti a chi vuole arrampicare su vie alpinistiche classiche?

 

Mi piacerebbe che soprattutto i giovani si informassero sulla storia e sui grandi protagonisti dell’alpinismo, su chi ha aperto le vie che stanno per scalare e sulle stesse vie. Documentarsi prima di fare una via è importante e non c’è solo la relazione. È come quando si va a visitare una città: puoi guardare la mappa, ma conoscerne il passato la rende ancora più affascinante e interessante.


Informarsi su chi ha aperto la via, in quale anno e con quali mezzi, inoltre, ti aiuta a comprenderla meglio.



Un’ultima domanda: cosa ricordi dell’amico Renato Casarotto?

 

È stato uno dei più forti alpinisti italiani e mondiali. Di lui si ricordano soprattutto le solitarie. Pensate che, oltre alle tante invernali con temperature che hanno sfiorato i -40°C, la solitaria più importante e difficile è stata la scalata sulla parete nord dell’Huascaran, in Perù, che nessuno aveva mai percorso, dove è rimasto 17 giorni e dove ha affrontato difficoltà estreme su ghiaccio, roccia e misto, sia in arrampicata libera sia artificiale. Lì non aveva il cellulare, era completamento solo: per affrontare imprese simili devi avere un elevato controllo emozionale, oltre che forza e resistenza.


Oppure ricordo benissimo quando il 12 luglio del 1986 Renato Casarotto ha tentato una solitaria sulla Magic Line, un’impresa inimmaginabile da compiere da soli. Qualche anno prima era andato lì con Messner e altri grandi alpinisti, ma avevano rinunciato a salire quella via per timore di non riuscirci. Renato sarebbe arrivato in cima, se il tempo glielo avesse permesso.



Grazie Tranquillo, è stato un piacere conoscerti!

 

“Certamente ognuno può comportarsi e agire come meglio crede e fare ciò che gli sembra più opportuno. Dovrebbe però prevalere sempre il buon senso in tutto quello che facciamo, sia in montagna che altrove… L’alpinismo dovrebbe insegnarci a superare anche le difficoltà della vita, della vita di tutti i giorni, a tirare avanti con più equilibrio… E sappiamo pure quanti momenti difficili, quanti momenti di crisi tocchino a ciascuno di noi.” Renato Casarotto

 


28 settembre 2020