Lavorare una via, in termini di arrampicata, vuol dire provarla e riprovarla, imparandone a memoria i movimenti e le sequenze fino a superare tutti i passaggi ed arrivare finalmente in catena con un tentativo “buono”. A seconda di quanto sia al limite per noi, e di quante volte abbiamo la possibilità di andare a provarla, questo processo può richiedere giorni, mesi o anni durante i quali concentriamo gli “assalti” alla via in un paio di periodi specifici. Ovviamente l’investimento mentale è molto alto ma per fortuna Eric Hörst, autore del libro Training for Climbing e di un blog di altrettanto successo, ci aiuta con alcuni consigli per rendere questo processo molto più piacevole e veloce.



Al di là della preparazione fisica, che diamo per scontata sia eccellente, ci sono altri fattori altrettanto determinanti che possono dire la loro sul numero di tentativi che spenderemo su una via: abbiamo selezionato i più interessanti dal suo articolo.



Se non ci troviamo su una via di continuità pura, probabilmente avremo a che fare con sezioni più intense, passaggi chiave e sezioni più facili. Se gli ultimi metri prima di arrivare in sosta sono più semplici del resto della via, tendiamo sempre a sottovalutarli e a non provarli mai da stanchi: spesso infatti ci sembra di fare una scelta molto saggia nel farci calare subito dopo il passaggio chiave (dove siamo caduti naturalmente), al fine di risparmiare energie per il tentativo successivo. Sarebbe invece di fondamentale importanza provare quegli ultimi metri, magari in placca, da stanchi ed acciaiati, condizione in cui abbiamo moltissime probabilità di trovarci quando riusciremo a fare l’unico ed epico giro buono.



Dedichiamo quindi il tempo necessario non solo a studiare i passaggi chiave, ma anche a studiare i passaggi che faremo da stanchi: più saliamo, più avremo bisogno di prese intermedie, micro appoggi in più per i piedi o sistemi alternativi da utilizzare se siamo troppo stanchi per andare via di forza. Per questo è anche molto importante cercare il proprio sistema per risolvere i passaggi, senza fossilizzarci su quelli che ci suggerisce il nostro compagno di arrampicata dotato di un’apertura delle braccia che è il doppio della nostra.



Eric Hörst sottolinea moltissimo l’importanza della propriocezione e delle sensazioni diverse che sentiamo tra un “tentativo serio” e tra un giro a pezzi da rinvio a rinvio. Arrivando in continuità le prese sembrano tutte molto peggiori, l’egregio sistema che avevamo trovato partendo da appesi improvvisamente non funziona altrettanto bene: inutile dirlo a cambiare non sono state le prese ma la posizione del nostro corpo, molto spesso del nostro bacino, o il modo in cui riusciamo a valorizzare gli appoggi ed a metterci nella maniera più economica. Oltre a memorizzare le sequenze, può quindi aiutarci il memorizzare le sensazioni che abbiamo quando partiamo “ben posizionati”, come sentiamo le prese e come siamo girati rispetto alla parete.



E passiamo al passaggio chiave: quando tutte le congiunzioni astrali fanno sì che riusciamo a risolvere la sequenza difficile, viene a tutti voglia di scendere e provare subito la via, oppure salire ancora fino alla catena e poi provare con un tentativo secco. Abbiamo un’altra possibilità: ripetere quella sequenza svariate volte, fino ad essere sicuri di aver trovato il metodo per noi migliore ed infallibile. Per fare questo chiederemo di essere calati svariate volte solo fino all’ultimo spit prima del passo chiave per riprovare i movimenti e poi, quando qualcuno inizierà a sollevare osservazioni sul nostro tempo passato in parete, proveremo a salire in continuità fino alla sosta; daremo spazio ad un lungo riposo, dai venti ai quarantacinque minuti, e poi tenteremo il “giro buono”.



Per tutti gli altri consigli ti lasciamo il link al post di Eric Hörst ma anche al sito di Alessandro Jolly Lamberti Climbook che affronta il tema in svariati post.



credits: jan Novak, fonte: bbc.co.uk

Credits: Jan Novak



11 novembre 2019