L’aggancio di punta è un gesto da boulderisti esperti, che spesso può venire ovviato tramite altri escamotage tecnici più congeniali a noi: possiamo anche fare finta che non esista, possiamo passare una vita intera senza agganciare una volta la punta, e non per questo privarci di grandi soddisfazioni. Ma saper agganciare la punta ci fa sentire un po’ dei supereroi del boulder e, aspetto non meno importante, ci aiuta a restare spalmati contro la roccia. Insomma, può sempre tornarci utile.



Gesto tipico dell’arrampicata in tetto, su bordi o prue, funziona in maniera simile al tallonaggio: la gamba tira invece di spingere ma, per cause tutt’ora sconosciute, all’atto pratico risulta molto più problematico dell’aggancio del dorso del piede, più intuitivo. Se quando talloniamo cerchiamo di “sederci” sul tallone, piegando quindi il ginocchio, quando agganciamo la punta la gamba resta stesa. L’obiettivo non è di salire con il bacino, come succede col tallonaggio, ma di restare in equilibrio mentre cerchiamo di raggiungere degli appigli più lontani con le mani, mantenendo il corpo il più vicino possibile alla roccia.



Il problema si verifica non tanto quando abbiamo il piede agganciato, ma quando lo dobbiamo togliere. Abbiamo due opzioni per cercare di vincere quel momento in cui passiamo dall’essere molto stabili al perdere il controllo della situazione: spostare l’altro piede in posizione più alta e centrale e caricando su di esso tutto il peso, oppure trattenere il respiro e cercare di controllare la sbandierata con tutti muscoli possibili del nostro core e del dorso. Seguendo la regola per cui quando si arrampica in tetto è sempre meglio stare “rannicchiati” e non stesi, l’intensità della sbandierata sarà tanto più alta quanto più avremo le braccia distese.



L’aggancio del dorso del piede a volte si abbina ad un movimento di contrapposizione di spinta e aggancio con entrambe i piedi sulla stessa presa: idealmente ci troviamo in tetto, con un piede che è quindi agganciato tramite la punta e che tira e l’altro piede sulla stessa presa che spinge. Gli inglesi ed americano chiamano questo movimento “the bicycle”, dando un’idea molto più chiara dell’immagine che si viene a creare.



Naturalmente non c’è altro modo che allenare, o meglio prendere confidenza, con questo gesto riproducendo movimenti simili sul muro. Jollypower, probabilmente il testo più completo sugli esercizi per l’arrampicata, inserisce anche queste tipologie di esercizi sottolineando non tanto l’importanza di un movimento massimale, ma della ricerca della fluidità e della buona esecuzione dei movimenti.



Carlo traversi facebook page



10 settembre 2019